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NOTIZIE


30-10-2020

GDO e sostenibilità: “Priorità ormai imprescindibile, che deve soddisfare anche criteri sociali, non solo ambientali”

L’attenzione per i temi legati alla sostenibilità da parte delle aziende, siano queste mirate alla produzione, alla trasformazione o alla vendita di beni e servizi, è aumentata in modo particolare negli ultimi decenni in seguito a una maggiore consapevolezza del limite delle risorse del pianeta e dell’impatto disastroso sugli equilibri naturali che il profitto fine a se stesso è in grado di causare.

Quando si parla di sostenibilità, si tende però troppo spesso ad associare questa parola unicamente a obiettivi legati al rispetto dell’ambiente. In realtà il termine racchiude una complessità ben maggiore, che comprende obiettivi sociali, di sviluppo e salvaguardia  delle comunità, in grado di garantire diritti fondamentali e di mettere in moto veri e propri cambiamenti culturali.

Temporanee strategie di marketing che non si traducano in azioni concrete e durature sul fronte della sostenibilità, o ancor peggio operazioni d’immagine messe in atto unicamente per nascondere comportamenti scorretti, non possono più essere accettabili e la sostenibilità deve essere stabilmente tra le priorità delle aziende.

Il settore della GDO, entrato massicciamente nel mercato del largo consumo a partire dagli anni ‘80, in ragione della sua estensione che permea tutta la filiera produttiva e distributiva, nonché per la ramificazione dei suoi spazi di vendita all’interno del tessuto urbano ed extra-urbano, è un settore chiave per la sostenibilità.

“La sostenibilità è una condizione ormai imprescindibile ed elemento di scelta che anche la GDO ha intercettato come prioritario”, spiega Ada Rosa Balzan, docente ed esperta di strategie di sostenibilità per aziende ed enti pubblici, nonché responsabile nazionale dei progetti di sostenibilità in Federturismo Confindustria e co-fondatrice della società di consulenza ARBalzan. “C’è una richiesta crescente da parte dei consumatori”, continua la Balzan, “basta guardare tra gli scaffali il moltiplicarsi di prodotti che hanno indicazioni sul fatto che sono sostenibili. Il Covid ha ulteriormente accentuato questa sensibilità”.

In seguito a questa crescente richiesta di prodotti sostenibili, la GDO ha trasformato gli spazi di vendita specifici, che sono diventati sempre più grandi: “Ci sono corner dedicati e identificabili anche dalla struttura che richiama elementi naturali”, spiega la Balzan, sottolineando poi come la GDO “sia da tempo attenta a studiare gli spazi di vendita con caratteristiche di sostenibilità, nella riduzione dei consumi del supermercato e nei criteri di sicurezza”.

Il fatto che il consumo consapevole sia in costante aumento, rappresenta un’enorme opportunità per portare questa crescente sensibilità dei clienti per le etichette dei prodotti sugli scaffali, anche nei riguardi degli spazi in cui tali prodotti vengono loro proposti: “Ci sono catene che si caratterizzano negli spazi per la sostenibilità”, evidenzia la Balzan. “E’ un loro identificativo di scelta a 360 gradi e propongono solo prodotti sostenibili, che non significa biologici. Spesso si commette l’errore di considerarli sinonimi, ma non è così: biologico è il sistema di coltivazione che si sceglie con i prodotti di trattamento a basso impatto, ma se utilizzo poi persone non in regola per lavorare il campo e raccogliere il prodotto, quello che ho è sì un prodotto bio, ma non sostenibile. Sostenibile significa che soddisfo anche i criteri sociali, non solo ambientali”.

Nonostante l’indubbio impegno di molte aziende, il rischio però di mettere in atto una sostenibilità effimera e solo di facciata, il cosiddetto ‘greenwashing’—in cui si cade non di rado in buona fede—è ancora molto alto: “Per evitarlo ci vuole una maggiore corretta formazione su cosa è realmente la sostenibilità », sottolinea la Balzan. « Un primo step necessario a tutte le aziende è avere chiaro cosa rappresenta questo termine, che i valori che implica siano sempre compresenti, perché il greenwashing è spesso un rischio che si corre per poca conoscenza del perimetro corretto della sostenibilità”.